La partenza
Piazza Martiri a Carpi. Il pullman era parcheggiato davanti al Teatro Comunale, quando arrivai accompagnato da mio padre. Lasciammo la 750 Fiat color fumo di Londra proprio sotto al castello. Intorno al pullman c'erano i parenti e gli amici dei miei compagni di viaggio. Quel vociare indecifrabile mi ha fatto pensare ad un'altra partenza: per la colonia marina di Pinarella di Cervia. Mentra allora eravamo noi bambini a piangere, questa volta erano solo alcune mamme. Noi ragazzi, invece, eravamo impazienti di iniziare questo viaggio tanto atteso. A dire il vero, la mia partecipazione fu decisa circa una settimana prima della partenza; infatti, il ragazzo di Cortile che doveva recarsi a Wernigerode al mio posto si era improvvisamente ammalato e il medico aveva fortemente consigliato i suoi genitori di non farlo partire. Il viaggio, attraverso l’Europa, per le sue condizioni sarebbe stato molto impegnativo. E così gli organizzatori del comune di Carpi cercarono un sostituto sempre nella frazione di Cortile. L’unico che a quel tempo studiasse e che fosse libero da impegni di lavoro estivo ero io. E, quando chiesero a mio padre di aggregarmi al gruppo in partenza per Wernigerode, rispose che non avrebbe posto alcun veto, se a me fosse interessato. Io accettai senza condizioni! Non so come, ma mi venne rilasciato il passaporto a tempo di record, mi fecero tutte le vaccinazioni del caso. Ricordo che preparai la valigia color verde scuro cercando di seguire i consigli scritti su di un foglio ciclostilato. Ed eccomi qua.
I saluti sono sempre impegnativi quando si parte. Dopo gli abbracci e le raccomandazioni di rito, siamo saliti sul pullman. Qui abbiamo risposto all'appello del sig. De Pietri, il nostro accompagnatore. Dai finestrini aperti arrivavano confuse le voci dei genitori e degli amici. Ho intravisto mio padre parlare e ridere con Giuseppe, il papà di mio cugino Iglie e con Loredana e Roanna le mamme di altre due mie cugine di secondo grado: Nedda e Sandra, conosciute proprio in occasione dell'incontro. che il nostro accompagnatore, il sig. Augusto De Pietri, organizzò in municipio a Carpi tre giorni prima della partenza per la definizione degli ultimi dettagli sul viaggio.
L'autista del pullman dopo che l’appello era stato completato accese il motore. Sulla piazza alcune madri con gli occhi arrossati sventolavano i fazzoletti umidi. Tra un saluto e l’altro riuscii ad ascoltare le ultime raccomandazioni a non fare questo e quello a non prendere freddo e a non andare in pericolo e di scrivere a casa. Alle 18.45 il pullman finalmente partì tra uno sventolio di fazzoletti e di soffiate di naso. La prossima meta, la stazione ferroviaria di Modena, meglio nota come la “Stazione Grande”.
Stazione di Modena. Il treno arrivò dopo una decina di minuti. Occupammo metà degli scompartimenti di un vagone. La breve durata del viaggio in direzione di Bologna non ci impedì di ridere tra barzellette e battute scherzose.
Stazione di Bologna. Ci siamo fermati nell’atrio della stazione in attesa che De Pietri prendesse informazioni in merito all’ora d’arrivo del nostro treno. Ritornò poco dopo con una notizia che sconvolgeva il programma del viaggio. Una frana aveva ostruito una galleria al passo del Brennero. Quindi impossibile raggiungere la Germania Occidentale attraverso il passo del Brennero. Non restava che attendere dal servizio informazioni delle ferrovie dello Stato il nostro nuovo tragitto. Il treno arrivò con puntualità. Seguimmo De Pietri sul vagone che era stato prenotato per noi. Qui lo stesso De Pietri, prima della partenza, ci informò che il nuovo percorso sarebbe stato lungo la linea Piacenza-Milano-Chiasso. Poi, attraverso la Svizzera saremmo giunti nella Germania Federale, allora conosciuta con la sigla RFT.
Ci siamo sistemati a gruppi di amici nei compartimenti prenotati. Con le teste fuori dai finestrini seguivamo le mosse del capo stazione riconoscibile dal berretto blu con bordo rosso. Finalmente mise il fischietto in bocca e lanciò, come un arbitro all’inizio di una partita, il suo fischio. L’attesa era durata un’ora.
Il treno lasciò Bologna. Fuori faceva già buio e non si poteva guardare la campagna e le case e i piccoli centri costruiti in prossimità della ferrovia. Qualcuno prese le carte e iniziarono partire a ramino o a briscola. Io raccontavo di tanto in tanto barzellette quando il gioco languiva. Il tempo passava senza che la noia o il sonno facessero presa su di noi. Ad alcuni interessava guardare fuori nel buio con la speranza di vedere anche se parzialmente le principali città attraversate dalla ferrovia o almeno i centri abitati illuminati. Abbiamo resistito al sonno fino alle due dopo mezzanotte. Abbiamo ammirato il lago di Como illuminato dalle luci dei centri costieri. Infine siamo crollati: abbiamo formato cuscini occasionali sopra ai sedili-letto e una volta sdraiati ci siamo addormentati di colpo.
Non fu un sonno tranquillo, nel senso che ci addormentammo pesantemente, ma ad ogni fermata le brusche frenate del treno svegliava qualcuno di noi. E ciò significava svegliare tutto lo scompartimento per invitarci a guardare le barche illuminate su di un lago addormentato tra le forme imponenti delle montagne alpine. Così guardammo incantati il lago di Lugano, con la riva tutta illuminata a perdita d’occhio. Tra una fermata e l’altra, credo di aver dormito, se si può chiamare dormire, due ore soltanto: dalle due alle quattro.
Ciao Smilzo!
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