L'occhio lungo di Ronchetti

Rossella Bernardi, diplomata a.s. 1979/80

Ho saputo di questo libro sui "Fermini" da un'amica e non ho potuto fare a meno di correre a comprarlo: appena entrata, ho incontrato il preside Ronchetti che immediamente mi ha riconosciuta, nome e cognome, come se neanche un giorno fosse passato da quel giugno 1980 in cui mi assicurai quei diploma, quel passaporto per il mondo del lavoro che ancora oggi mi dà da vivere. Poi, in segreteria, la signora Meris, immutabile nella sua gentilezza, rassicurante figura di memoria storica di una scuola che è più di una scuola, credo, per tutti coloro che ne hanno varcato la soglia, mi ha dato una copia di questo libro.
Non so che dirvi, ma la cosa mi ha commosso e sfogliando voracemente le sue pagine, alla ricerca di un ricordo sopito, di un brandello di memoria dimenticata, non ho potuto fare a meno di scrivere queste poche, disordinate righe.
Frequentai il "Fermi" negli anni del movimento del '77, della "fantasia al potere", del "tutto subito", degli indiani metropolitani, inquieti precursori di anni sempre più cupi e stagnanti. E tornai anche "da grande" ai corsi di lingue, sempre con immutato piacere di trovarmi fra mura amichevoli.
Arrivai, quattordicenne, con in tasca un giudizio delle scuole medie che consigliava fortemente il prosieguo degli studi in un liceo, classico, possibilmente. Ma nell'irrequietezza di quell'età, nemmeno per un attimo presi in considerazione quel, seppur sensato e logico, consiglio: i licei erano simboli di staticità e arretratezza, mentre il "Fermi" andava di corsa, proprio come i miei sogni.
Fu durissima, all'inizio: per me, di spiccata sensibilità umanistica, quegli oscuri esercizi di fisica (ma Medici avrà qualche rimorso?), rappresentavano un incubo di cui riesco ancora a ricordare il sapore. E i primi due quattro in pagella, per me studentessa modello fino a quel momento, furono un duro boccone da mandar giù. Ma tenni duro e non me ne sono mai pentita.
Passò il biennio, epoca ingrata di né carne né pesce, vittime di tutti gli scherzi dei grandi, e scelsi elettronica. Intanto la scuola era diventata casa, famiglia, tutto: quei locali sempre aperti, le iniziative di teatro, di cinema, di studio, di feste, i bidelli onnipresenti a brontolare e a soccorrere, mi facevano sentire che c'era sempre un porto sicuro dove andare a riparare. Un porto accogliente, dove l'occhio lungo di Ronchetti arrivava ovunque, sempre pronto tanto a concedere quanto a proibire, accigliato e rigoroso, presente da mattina a sera, che chiamava tutti per nome, conoscendoci uno per uno. Il poter frequentare la scuola anche di pomeriggio, mise allora me e i miei compagni al riparo dell'ozio dei bar e degli angoli delle strade e, seppur sfrontati come tutti gli adolescenti, in fondo ci faceva piacere che fra quelle mura ci fosse sempre qualcuno che ci controllava.
Lo studio c'era e tanto anche: 38 ore la settimana sui banchi e caterve di compiti, ma mai una lezione privata per nessuno e insegnanti disponibili quando segnavi il passo in una materia, dispense al posto di costosi testi, sempre un consiglio quando serviva.
Dei miei insegnanti di allora, Ferrari, Pacchioni, Venturi, Monzani, solo per citarne alcuni, non posso dire che bene, ma i miei ringraziamenti vanno a due in particolare: Baccarini per avere riconosciuto e stimolato la mia vena letteraria, spingendomi sempre più avanti nello sviluppare questo tarlo della scrittura che mi arrovella ancor oggi; e Sola per l'esempio di umanità e educazione che la sua persona portava in ogni classe e che arrivava anche ai più indiferrenti a una materia secondaria come diritto.
Come poi non ricordare Ivan Andreoli, sorta di paziente fratello maggiore sempre pronto a medicare, metaforicamente s'intende, qualche ginocchio: sono sue le iniziative cinematografiche e teatrali a cui si dedicava con una passione che credo gli anni non possono aver affievolito.
Sono stati anni indimenticabili, pieni, formativi, le amicizie di allora sono le stesse di oggi e quel senso di appartenenza ci segue lungo la vita pronti a riconoscerci. "Ho fatto il "Fermi" anch'io", in mezzo alla massa.
Mio figlio, undicenne, afferma di voler fare il "Fermi" dopo le medie: se così sarà, avrò la sensazione di un percorso che si compie, di un cerchio che si chiude e saprò che sarà "al sicuro". Di quanti altri posti si può dire lo stesso?