UNO A CASO

Il Fermi. Quel Fermi che incuteva timore con quelle scale da salire al momento dell'iscrizione, ma che coi passare degli anni è diventato una seconda casa, anzi forse la prima casa, visto che in quinta si passava più tempo a scuola che a casa. La quinta cominciata con un misto di gioia e dolore; gioia perché era finalmente l'ultimo anno e poi sarebbe finita, dolore perché c'era l'esame e perché sarebbe proprio finita e bisognava uscire da lì e affrontare il mondo fuori. Le paure sono state poi attenuate dal vivere la scuola in un modo diverso, strano, da pazzi direbbero gli studenti di oggi. II rapporto diretto con gli insegnanti: sapere che gli impegni scolastici non si saltavano solo per il "tu" dato ai proff.
I pomeriggi a studiare e le sere con gli studenti del serale per dare una mano e studiare insieme, confrontandosi con gli adulti. Ma non solo impegno, anzi la quinta è stata lo spunto per tante cose piccole e grandi che hanno segnato le passioni future. La decisione di girare un film per continuare l'esperienza della commedia fatta l'anno precedente in quarta. Gli incontri a casa del regista "Federico" per la stesura del copione, per le riprese e per il doppiaggio, i set montati in tutta la scuola dal tetto ai sotterranei, l'incontro con Maria, il rapporto con la protagonista, dove finzione e realtà s'intrecciavano, creando gran confusione, almeno per me. Proiettato alla fine dell'anno scolastico grazie ad un immane sforzo di volontÓ diede grosse soddisfazioni; in una rassegna di cineamatori fu perfino segnalato da Zavattini. E poi un accavallarsi interminabile di iniziative, di cose da fare, da organizzare, che hanno fatto nascere, naufragare e rinascere ancora, amori, passioni, dolori e impegni.

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E oggi nel ritrovarsi sugli scalini della scuola per festeggiare il ventennale del diploma, dopo i saluti e l'informarsi della vita di tutti, la domanda più comune è stata "ma lo spirito del Fermi è sempre quello?".
Roberto Mattioli
(insegnante, diplomato a.s. 1977/78)